Avendo avuto modo di guardare e dunque amare il cinema prima del 1945, così meravigliosamente italiano da potersi permettere il lusso di essere internazionale e cosmopolita senza snaturare niente della propria identità, non sono mai riuscito ad amare gente come Bertolucci, Antonioni, Fellini, rappresentanti dell'italianità propagandisticamente decadente al servizio delle aggressive fauci mondialistiche, che già negli anni del dopoguerra iniziavano a lavorare per erodere negli italiani l'orgoglio verso la propria nazione.
Film noiosissimi eppure considerati come autentici capolavori come Otto e Mezzo, Amarcord, La Dolce Vita e via discorrendo, tutti protèsi a narrare la decadenza dell'Italia, ad uso dei tanti italiani anti-italiani che tirano picconate alla propria casa senza neanche considerare che all'estero sarebbero solo ospiti, qualche volta riveriti, molto più spesso mal digeriti, non hanno mai lasciato nulla di significativo, di emozionante in me.
Viene da considerare l'ipotesi che molti li abbiano trovati capolavori più per adeguarsi alla dittatura di quella grande mafia che è la Critica, più che per effettiva conoscenza di quei film.
Idem Bertolucci, celebrato come grande regista e invece archetipo di quella grande spocchia sessantottina che, fingendo di occhieggiare al comunismo sovietico, in realtà contribuiva, dando ragione agli scritti corsari di Pasolini, ad avviare l'erosione dei costumi della borghesia italiana: e non a caso, forse anche per questo, celebrato unanimemente dai critici post mortem.
Quando parlo di cinema italiano, mi fermo al 1945.
Autori come Lucio D'Ambra, Carmine Gallone, Amleto Palermi, Mario Camerini, i primordiali Eduardo, Roberto Rossellini e Vittorio De Sica, Gennaro Righelli, Nunzio Malasomma, i fratelli Scarpetta.
Attori meravigliosi come Ruggero Ruggeri, le sorelle Gramatica, Ermete Zacconi, Lina Cavalieri, Armando Annuale, Gino Cervi.
Maschere irripetibili come il primo Totò (il secondo Totò altro non era che l'attore comico geniale di sempre, epperò criminalmente innestato sull'inquinato terreno di orripilianti filmetti)
Nomi, alcuni, che dicono poco alle generazioni di oggi, cresciuti a pane Moccia e Muccino, abituati a ritenere capolavori quelli che erano soltanto cacate e dunque a prostrarsi dinnanzi ai Bertolucci e ai Fellini che, certo, rispetto al mortorio di oggi, possono atteggiarsi pur sempre a giganti ma che rispetto ai nomi succitati restano dei nani.
Il fatto è che il cinema italiano dal 1946 ad oggi, salvo rarissime eccezioni (una su tutte, Paolo Villaggio, grande troll del cinema italiano) figlie (verrebbe da dire) di una parentesi di sonnecchiamento della dittatura del conformismo, rientra nella quasi totalità, assieme alla letteratura e all'arte in generale, nel piattume anti-italiano che ha rovinato la nostra cultura.
Ne sono derivate produzioni artistiche ben premiate all'estero soltanto perché dedite a promuovere quello stesso mix di esasperato cosmopolitismo, di isterico e farlocco progressismo su base anti-identitaria che vediamo poi oggi anche nella politica italiana.
Solo chi non ha visto niente del Cinema della prima metà del Novecento, può amare gente come Bertolucci.
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