Oggi che, se fosse in vita, Oriana Fallaci compirebbe novant'anni, si sprecano le laudi post mortem del giornalismo italiano nei confronti di colei che, discutibili o meno che fossero le sue tesi, fu indubbiamente una grandissima fuoriclasse della penna.
Senza negare le sue doti, personalmente non ho mai amato la Fallaci.
Ovviamente, mi sono sempre dissociato sia dalla character assassination ai suoi danni che dalle sbracate e vergognose parodie della Guzzanti che in una circostanza toccò orridamente anche il cancro che l'avrebbe portata alla morte.
Ma non mi sono mai voluto iscrivere al suo club di fan, veri e propri costruttori di un autentico culto della personalità e sempre pronti, tra un aforisma su facebook e l'altro, a saltare alla gola di chiunque non aderisse in toto alle sue narrazioni.
La prima cosa che mi infastidiva della sua personalità era una certa egomania di fondo, al punto che di lei si sarebbe potuto dire ciò che Dino Risi avrebbe voluto dire a Nanni Moretti "Nanni spostati che voglio vedere il film". La gran parte della pregevolissima produzione cinematografica dell'autore di autentici capolavori come "Caro Diario", "Ecce Bombo", "Palombella Rossa", "Aprile", soffre del difetto di cui soffriva anche quella letteraria della Fallaci: un certo narcisismo che appariva perdonabile soltanto se raffrontato al portentoso talento espressivo di entrambi.
Perché intendiamoci: certamente la Fallaci di "Lettera ad un bambino mai nato" o di "Un uomo", ha meritato tutti i premi letterari prestigiosi che le sono stati riservati e la stima universale di tutta l'intelligentia mondiale.

La Fallaci che, invece, mi convinceva di meno e mi irritava di più era la barricadera politica, specialmente quella che esplose dopo il crollo dell'URSS.
A tal proposito, nel tentare di ricostruire la figura della scrittrice fiorentina, fuoriuscendo sia dalle demonizzazioni della sinistra islamista che dalle becere esaltazioni mutuate dall'americansionismo destrorso, si possono identificare due Oriana Fallaci, quella di prima del crollo dell'URSS e dopo.
Esiste la formidabile Fallaci che fa confessare al capo della CIA, Colby, di aver promosso colpi di stato in giro per il mondo svelando (segreto di Pulcinella) le ingerenze americane nella politica italiana e la Fallaci degli ultimi anni stucchevole apologeta di quell'America un tempo odiata; la scintillante e incalzante intervistatrice di autentici giganti della storia e la delirante teorica con la sua "Forza della ragione" di una confusa islamofobia attraverso la quale venivano gettati nel medesimo calderone il terrorista Bin Laden, Al Qaeda e califfati più o meno sedicenti (cosa buona e giusta) ma anche i laici e moderati Assad e Gheddafi che il fanatismo islamico lo hanno sempre combattuto, dunque l'alfiera di un occidentalismo nel quale Stati Uniti ed Europa venivano messe dalla stessa parte nel combattere un fantomatico "scontro di civiltà" contro l'Islam: ci perdoneranno i suoi affezionati lettori se si ha l'ardire di ritenere che mai visione fu meno azzeccata.

D'altra parte, come molti "comunisti" della prima ora, anche Oriana Fallaci col crollo del Muro di Berlino ha dovuto operare una scelta di campo. Nello specifico l'Occidente.
A chi fosse sfuggita la sostanziale "sfumatura", specie nell'era in cui si depreca giustamente l'invadenza e la disumanità dei burocrati dell'Eurozona ma poco si dice sul ruolo degli USA che di fatto dell'UE sono i fondatori, "Occidente" non è Europa (con la sua storia, tradizione, cultura), è USA che ha inglobato e ingloba l'Europa imponendo (con le buone e con le cattive) i propri "valori", i propri interessi, i propri punti di vista.
E' difatti noto che per i WASP un punto di vista valoriale importante risieda nella Bibbia e non nel Vangelo (a differenza di buona parte dell'Europa) e la stessa cultura angloamericana è imperniata nel calvinismo che, pur essendo formalmente cristiano, è strutturalmente quanto di più lontano dal Nuovo Testamento e quanto di più vicino al Vecchio Testamento e dunque all'ebraismo. Il che spiega, volendo, anche il gran feeling tra Stati Uniti e Israele.
Una volta scelto il "campo" (e su questo punto non si può dimenticare il momento storico, ed in particolare la situazione interna e internazionale dell'URSS/Russia) Oriana Fallaci ha usato le sue "competenze narrative" per sostenere questa causa.
Si può essere d'accordo o meno con la sua scelta, ma di fatto si è schierata.
Ben altra tempra ebbe Ida Magli che per aver sempre, sia pure da anticomunista, denunciato l'incompatibilità della cultura americana con quella europea (e la volontà da parte degli Stati Uniti di sterilizzare l'Europa) si autocondannò all'irrilevanza e all'emarginazione e morì praticamente sola e dimenticata.
Come ogni narrazione che si rispetti, la "demonizzazione" dell'avversario (o potenziale tale) è indispensabile alla "santificazione" del Salvatore di turno, a sua volta fondamentale per sancire un diritto: quello di agire anche al di sopra e con il massimo spregio delle regole e delle leggi vigenti per poter portar a termine la propria "missione" (che casualmente comporta il dominio sul Mondo).
Sicuramente, dal suo punto di vista era pure in buona fede, e sicuramente dal suo appartamento di Nuova York quello era il "punto di vista" giusto.
Peccato che oltre al punto di vista di trecentocinquanta milioni di persone, ve ne siano altri sette miliardi nel resto del Mondo che hanno l'ardire di vedere le cose da altri punti di vista, con altri valori e con altre missioni.
Analizzando poi l'uso che il "Salvatore" ha fatto dell'estremismo islamico nei Paesi su cui aveva posato le sue mire direi che in questo "gioco" c'è poco o nulla di onesto.

In sintesi, una grandissima scrittrice ma al tempo stesso un'intellettuale che ha contribuito a buttare in caciara un dibattito che invece richiedeva e richiede attenzione e prudenza, specie per le pericolosissime conseguenze che si possono innescare.
La caciara te la aspetti dagli scribacchini odierni: quando viene generata da una grandissima scrittrice, fa male, molto male.
Così non resta che celebrare un formidabile talento della penna senza stare più di tanto a sottilizzare sui suoi limiti.
Il pantheon del giornalismo e della cultura italiana - e non solo - abbonda di eccellenti firme che tali rimasero anche quando presero cantonate, in alcuni casi anche marchiane.
La Fallaci merita a pieno titolo di farne parte.
Ancor più se ci si affaccia nel desolante odierno panorama
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