Quando Indro Montanelli nel 1974 pubblicò il primo numero de Il Giornale, introdusse il manifesto della sua creatura sostenendo che il suo quotidiano nasceva "da una rivolta e da una sfida".
Fatti salvi la portentosa qualità professionale e il coraggio del giornalista fiorentino scomparso poco meno di vent'anni fa, il nostro è un progetto completamente diverso, sia per ideologia che per forma. Non è (ancora) un giornale ma una rivista e soprattutto è una comunità interattiva.
E tuttavia quell'incipit è identico al nostro: anche noi nasciamo da una rivolta e da una sfida.
La rivolta è contro l'unipolarismo globalista che non è ideologia di libertà ma dominio della finanza sulle identità nazionali e sulle strutture sovrane.
La sfida è contro il cosiddetto "Mainstream" che oltre ad imporre, attraverso una sistematica occupazione di ogni palinsesto radiotelevisivo, fasulle verità ufficiali, elabora altrettanto finti contenitori di malcontento, il cui intento programmatico sia radunare ogni forza reattiva e poi silenziosamente sterilizzarla, finanche infettando anche il dibattito su Internet.
Non c'è giorno che Dio o chi ne fa le veci mandi in terra che, sui media, fazioni in perenne rissa non dibattano sui temi più disparati: quelli politici vedono tifoserie scagliarsi le une contro le altre, sovente intervallati da bagattelle domestiche su temi del tutto irrilevanti mentre i potentati economici e politici decidono silenziosamente alle nostre spalle il futuro della nostra generazione e quelle successive.
Così, andare contro il cosiddetto mainstream significa, oggi più di sempre, avversare la forma e la sostanza con cui il Mainstream manifesta il proprio potere. Dunque la cappa asfissiante del politicamente corretto e del buonismo, quella per la quale vocaboli come "Negro", "Frocio", "handicappato", vengono giustamente condannati ma a comminare la sentenza sono gli stessi gruppi di potere che destabilizzano l'Africa e tagliano i fondi alle misure di sostegno ai "diversamente abili" come il linguaggio orwelliano prescrive. Ma anche la speculare cappa dello sdoganamento di razzismo, omofobia, sessismo in una contrapposizione che ottiene l'unico risultato di spegnere le intelligenze, accendere le ire e dividere più di quanto non lo sia già di suo un popolo che mai come in questo momento di grave attacco ai patrimoni di sovranità e identità di tutto il mondo, deve rimanere unito.

Questa rivista sarà la casa dei sovranisti italiani che, in quanto tali, rivendicano il diritto dei patrioti di tutto il mondo di autodeterminarsi in forza delle proprie rispettive identità.
Ma quello che propugneremo non sarà un sovranismo puramente formale e cosmetico, mirato soltanto a propagandare la fuoriuscita da questo e quell'altro carrozzone burocratico ma senza approfondire i veri temi della sovranità né sarà la casa di finti rivoluzionari che scaricano pistolettate ad un povero disgraziato scappato dall'Africa, anello debole anche quando responsabile di azioni criminali di un processo che parte da lontano.
Sarà la casa di chi rivendica il diritto di stampare una propria moneta ma non di chi crede che stampare carta sia la soluzione ad ogni male; di chi crede nel socialismo ma non nel pauperismo tafazziano e di chi crede nel libero mercato ma non nelle sue degenerazioni, conscio di come la sovranità salvi la classe lavoratrice da una guerra tra poveri con immigrati utilizzati come strumento di ricatto da parte delle multinazionali e la classe imprenditoriale dall'aggressione di potentati economici globali contro cui non potrebbero mai competere ad armi pari.
Sarà la casa dove si avrà rispetto ma non culto delle istituzioni, di chi si sottrae al fumettismo geopolitico che divide il mondo in buoni e cattivi, ad uso, di volta in volta della propaganda americana, russa, cinese o europea nella razionale convinzione che al mondo non esistano "buoni" o "cattivi" ma solo agenti geopolitici ed economici che perseguono i propri interessi, talvolta con venature imperialistiche e casomai condannare quelli incompatibili con l'interesse nazionale, della cosa pubblica o del privato cittadino.
Sarà la casa di chi rivendica la tutela dell'italianità ma senza scadere nella deriva autarchica e di chi crede che la vera rivoluzione sovranista e patriottica sia anzitutto culturale e non si esaurisca in un segnetto a matita in una cabina elettorale ma essa fiorisca nei supermercati, nelle scuole, nelle biblioteche, nelle gallerie artistiche, imbevendosi di tutto quel patrimonio di arte, cultura, intrattenimento, stile di vita che ha, per secoli, trovato nell'Italia il terreno più fertile.
E dunque sarà una casa dove non si parlerà solo di politica ma anche di letteratura, di musica, di pittura, scultura, sport, televisione, radio, ogni ambito dove l'italianità esprime se stessa; la casa di tutti quelli che non trovano nulla di male ad esultare ad una rete di Balotelli o di Kean, ad ascoltare canzoni di Ermal Meta o di Mahmood, ad apprezzare attori, cantanti, scrittori che pur venendo da lontano hanno deciso di porre in Italia la sede dei propri affari, purché difendano il patrimonio identitario e culturale italiano, nella convinzione che l'italianità non abbia nulla a che fare col colore della pelle e di come molti nemici di questo nostro meraviglioso paese abbiano bianchissima epidermide, siano anagraficamente italiani da generazioni e sia dunque molto più pericoloso un burocrate di Bruxelles o di Washington e una multinazionale di New York o di Pechino, di un povero disgraziato che fugge da una guerra provocata da quelle stesse entità politiche ed economiche.

Siamo naturalmente consapevoli di come tutti questi distinguo ci tolgano una fetta di lettori potenzialmente ampia, in special guisa quella dell'egomaniaco socialaro che abituato ad una rete sociale come Facebook che consente ad ogni povero diavolo di reprimere il dissenso, ha contribuito ad acuire il solipsismo opinionistico e distruggere la cultura della dialettica e del civile dibattito.
Ma rifiutiamo di credere che non esistano persone razionali in grado di comprendere che la riconquista della sovranità, in qualsiasi modo avvenga, debba condursi percorrendo i sentieri dell'intelligenza, del dialogo, della cultura, della dialettica, disincentivando una muscolarità fine a se stessa che ottiene l'unico risultato di radicalizzare ogni contrapposizione, aumentando il volume del fastidioso rumore di fondo che ne è derivato.

Dei movimenti che si candidano a rappresentare il sovranismo, saremo rispettosi ma mai servi né ci limiteremo ipocritamente a rivendicare una neutralità che non ci appartiene e, dal nostro piccolo angolo, li sosterremo a seconda che si adeguino alle nostre posizioni sovranistiche.
Qualcuno, a tal proposito, ci chiederà se abbiamo padroni.
Non ne abbiamo.
Non ci sono né Putin né Trump dietro i nostri dibattiti, notizie e articoli di fondo, né tantomeno tiriamo la volata ad alcun partito o gruppo finanziario
Ci appoggiamo ad un social network che fornisce ospitalità ai nostri dati dividendo con noi gli utili pubblicitari, col quale per il resto il nostro progetto non ha alcun legame e che, d'altronde, ospita anche realtà editoriali e comunità che conividono valori diversi dai nostri.

Il progetto si strutturerà su un archivio di notizie quotidianamente aggiornate, uno spazio dove i blogger che vorranno partecipare, troveranno uno spazio dove condividere le proprie riflessioni, un forum dove gli iscritti potranno dibattere con altri utenti sui temi più importanti che sarà accessibile sia da una lista di forum tradizionali, sia da gruppo sociale.

L'ultimo punto è relativo al linguaggio.
Gli algoritmi di facebook hanno contribuito, sfruttando le dinamiche del branco, a creare fazioni incomunicabili animate soltanto da odio e diffidenza reciproci.
Siamo consapevoli di come anni di cura a base di talk show, tossici dibattiti a colpi di insulti e diffamazioni sulle reti sociali, abbiano disabituato le persone alla prospettiva di dialogare senza rissare.
Ma nulla di tutto questo verrà tollerato nella nostra comunità.
Il nostro unico è interesse è l'Italia, anzi La Grande Italia il nome che abbiamo deciso di dare alla nostra comunità.
Per ricordarci che siamo stati una grandissima nazione e che dobbiamo tornare ad esserlo.
Perché senza una grande nazione alle spalle nessuno, che sia imprenditore o lavoratore, può pensare di vivere da uomo libero ed esprimere la propria personalità.